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PENSIERO PROFONDO N° 8

Scordi il futuro
ti lascerai sfuggire
il tuo presente
“ […] Per il resto… affrettiamoci a dimenticare tutto velocemente”
Non sottilizziamo sull’”affrettiamoci velocemente”, sarebbe meschino, concentriamoci piuttosto sull’idea: dimenticare tutto velocemente.
E’ al contrario, non bisogna affatto dimenticare. Non bisogna dimenticare i vecchi con i corpi putrefatti, i vecchi vicinissimi a quella morte a cui i giovani non vogliono pensare (e così affidano alla casa di riposo il compito di accompagnare i genitori alla morte per evitare scenate o seccature), la gioia inesistente di quelle ultime ore che bisognerebbe gustare fino in fondo, e che invece subisci rimuginando nella noia e nell’amarezza. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici muoiono, che tutti ti dimenticano e che la fine è solitudine. E neppure bisogna dimenticare che quei vecchi sono stati giovani, che il tempo di una vita è irrisorio, che un giorno hai vent’anni e il giorno dopo ottanta. Colombe [sorella maggiore di Paloma, dodicenne, che parla] crede che è possibile “affrettarsi a dimenticare” perché la prospettiva della vecchiaia per lei è ancora lontanissima, come se la cosa non la riguardasse. Io ho capito molto presto che la vita passa in un baleno guardando gli adulti attorno a me, sempre di fretta, stressati dalle scadenze, così avidi dell’oggi per non pensare al domani… In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.
Quindi non bisogna affatto dimenticare. Occorre vivere con la certezza che invecchieremo e che non sarà né bello né piacevole né allegro. E ripetersi che ciò che conta è adesso: costruire, ora, qualcosa, a ogni costo, con tutte le nostre forze. Avere sempre in testa la casa di riposo per superarsi continuamente e rendere ogni giorno imperituro. Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità.
Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.
Da Muriel Barbery, “L’eleganza del riccio”, trad. Emanuelle Caillat, edizioni e/o, 2007
Malevich,“Il taglialegna”,1913
IN PREGHIERA

FONTANA 1571

VIAGGIO
A destra si profila una macchia scura, è la nostra prima meta, lo foresta di Fontainebleau; è d’obbligo una veloce visita alla reggia di Francesco I° con la sua magnifica sala da ballo, ma subito si riparte, ci inoltriamo nelle strette strade della foresta, quella foresta che per prima vide i giovani pittori venire dalla vicina Parigi a dipingere “en plein air”, l’occhio si sofferma sui sentierini laterali, sulle radure in penombra e gli squarci di luce e ritrova gli sfondi, le atmosfere di cento quadri, Corot, Rousseau, Millet.
Lo studio di Th. Rousseau non è visitabile, percorriamo un tratto della Grand Rue ed entriamo nel giardino della casa di Millet, un pittore che ha avuto una grande importanza nella formazione di Vincent Van Gogh, le stanze sono piccole, ingombre di mobili, soprammobili, tavolini, oggetti, alle pareti fotografie ingiallite, litografie, alcune stampe giapponesi, l’unica stanza grande è l’atelier, dominato da una grande finestra e accanto alla finestra un cavalletto, coperto da un telo polveroso;
, nell’ombra la statua di Riccardo Cuor di Leone che custodisce il suo cuore, la leggiadra scala della libreria è vicina alla porta dei Librai, varcata tante volte da Jeanne d’Arc per andare al tribunale che l’avrebbe condannata al rogo; è tornato il sole e ci immergiamo nell’atmosfera medievale di questa città, la sequenza di case a graticcio dai vivacissimi colori ci conduce verso la porta del Gros Horloge, coloratissimo e imponente orologio decorato con i giorni e le fasi lunari, e poi nella Piazza del Vecchio Mercato. Qui ci accolgono le musiche e le danze di una rievocazione medievale, ma riescono a distrarci solo per poco, la piazza è dominata da un’altissima croce e da una lunghissima vela; la croce indica il luogo del rogo che nel 1431 uccise Giovanna d’Arco, il piede della croce è coperto di mazzi di fiori, tante dediche di giovani donne; la vela è la chiesa a lei dedicata, una chiesa dall’interno luminoso e suggestivo, illuminata dalla luce che filtra dalle ampie vetrate rinascimentali poste dietro l’altare.
arriviamo alla stazione di Saint Nazare, proprio quella immortalata da Monet e che, a parte il fumo delle locomotive, è come lui l’ha immortalata; ripercorrere queste strade è come ritrovare vecchi amici, luoghi già familiari, l’Opera, Place Vendome, Place de la concorde, il Louvre, Notre Dame, Rue Lepic, Place du tertre, il Sacro cuore…
mattutina, vediamo le grandi chiuse, i porti, i battelli grandi e piccoli che ronzano e sbuffano come api indaffarate solcando le placide acque del fiume. Arriviamo a Giverny, è questa la nostra destinazione; dopo una lunga attesa, in coda, pazienti, sotto il sole come tante altre persone, entriamo in quella che è stata l’ultima e più famosa casa di Monet. Visitiamo prima l’abitazione, una casa grande a due piani, con molte stanze, tutte ben arredate, salotto, studio, camere da letto e una strabiliante, immensa cucina tutta blu;
quindi i giardini, prima il giardino della casa, con i suoi vialetti diritti, i pergolati verdi, le magnifiche bordure di iris, tutti già noti perché visti tante volte nei suoi quadri, e poi, al di là della strada, si apre la meraviglia del giardino giapponese, stretti vialetti curvi immersi nel verde, pozze improvvise in cui galleggiano piante acquatiche, l’inaspettato aprirsi dello stagno delle ninfee con il verde arcuato ponticello, e il ricordare come il preciso tratto di verde su verde delle prime raffigurazioni si trasformi, prenda vita, diventi quasi un arcobaleno di luci e colori, quasi senza forma, nelle utlime opere dipinte dal maestro
ormai cieco; e ancora le calme acque della Senna, solcate tante volte dal lento bateau atelier di Monet.





