PENSIERO PROFONDO N° 8

malevich taglialegna 1913

Scordi il futuro

ti lascerai sfuggire

il tuo presente

 

“ […] Per il resto…  affrettiamoci a dimenticare tutto velocemente”

Non sottilizziamo sull’”affrettiamoci velocemente”, sarebbe meschino, concentriamoci piuttosto sull’idea: dimenticare tutto velocemente.

E’ al contrario, non bisogna affatto dimenticare. Non bisogna dimenticare i vecchi con i corpi putrefatti, i vecchi vicinissimi a quella morte a cui i giovani non vogliono pensare (e così affidano alla casa di riposo il compito di accompagnare i genitori alla morte per evitare scenate o seccature), la gioia inesistente di quelle ultime ore che bisognerebbe gustare fino in fondo, e che invece subisci rimuginando nella noia e nell’amarezza. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici muoiono, che tutti ti dimenticano e che la fine è solitudine. E neppure bisogna dimenticare che quei vecchi sono stati giovani, che il tempo di una vita è irrisorio, che un giorno hai vent’anni e il giorno dopo ottanta. Colombe [sorella maggiore di Paloma, dodicenne, che parla] crede che è possibile “affrettarsi a dimenticare” perché la prospettiva della vecchiaia per lei è ancora lontanissima, come se la cosa non la riguardasse. Io ho capito molto presto che la vita passa in un baleno guardando gli adulti attorno a me, sempre di fretta, stressati dalle scadenze, così avidi dell’oggi per non pensare al domani… In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.

Quindi non bisogna affatto dimenticare. Occorre vivere con la certezza che invecchieremo e che non sarà né bello né piacevole né allegro. E ripetersi che ciò che conta è adesso: costruire, ora, qualcosa, a ogni costo, con tutte le nostre forze. Avere sempre in testa la casa di riposo per superarsi continuamente e rendere ogni giorno imperituro. Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità.

Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.

 

Da Muriel Barbery, “L’eleganza del riccio”, trad. Emanuelle Caillat, edizioni e/o, 2007

Malevich,“Il taglialegna”,1913

VIAGGIO

Tempo di vacanza… io ho già fatto una piccola vacanza, e tanti di voi mi hanno incoraggiato a parlarvi di questo viaggio. Io penso che parlare di un viaggio a così breve termine si risolverebbe in un diario di bordo, magari un po’ arido e ridondante di foto, quindi poco interessante per voi e poco utile a me; aggiungo che come sapete mi sono spesso interrogato sui blog e sulla loro funzione, per cui un po’ alla volta ho maturato il progettino che ha dato vita a questa mia pubblicazione.
 
In breve, utilizzerò tutti i tre blog per descrivere un mio vecchio viaggio: in questo, carro di tespi, vi descriverò in breve il viaggio puntando più sulle emozioni che sulla descrizione; nel blog IO CONTASTORIE  (VAI) alcune pagine che vi aiuteranno a comprendere il perché di questo itinerario; infine nel blog FDD  (VAI) 23 fotografie che vi mostreranno come i miei occhi hanno visto quanto descritto.
Naturalmente ogni post è indipendente dagli altri e compiuto in sé.
 
Non vi nascondo che l’obiettivo è ambizioso, magari laborioso, ma che volete, quando ci si ritrova a casa da soli si fanno anche di queste pazzie (ma una volta sola, semel in anno…)
 
Allora si parte! Non vi ho detto la meta? La Francia, o meglio la Normandia e Parigi.
 
 
FRANCIA, ESTATE 2003
 
 
La macchina corre veloce sull’autostrada, andiamo verso nord, verso Parigi ed oltre, è arrivato il tanto sospirato viaggio che mi porterà a vedere luoghi che ho immaginato fin dalla giovinezza; dalle ore passate da liceale sui libri di storia, sui memoriali, i romanzi, i saggi che hanno descritto uno degli eventi della storia del secolo scorso, lo sbarco in Normandia, finalmente vedrò Omaha Beach, Gold, Utah, Juno, Sword, Ste Mère Eglise; poi gli interessi più recenti, la pittura innanzitutto, e qualche sogno nel cassetto se ci sarà il tempo!
 
A destra si profila una macchia scura, è la nostra prima meta, lo foresta di Fontainebleau; è d’obbligo una veloce visita alla reggia di Francesco I° con la sua magnifica sala da ballo, ma subito si riparte, ci inoltriamo nelle strette strade della foresta, quella foresta che per prima vide i giovani pittori venire dalla vicina Parigi a dipingere “en plein air”, l’occhio si sofferma sui sentierini laterali, sulle radure in penombra e gli squarci di luce e ritrova gli sfondi, le atmosfere di cento quadri, Corot, Rousseau, Millet.                                                                 
 
Siamo a Barbizon, imbocchiamo la Grand Rue, mi guardo attorno, è tutto come nelle foto del secondo ottocento, basta cancellare con la mente gli stendardi, le bandiere e le pubblicità e là in fondo, alla curva, vicino alla grande finestra dell’atelier potrei giurare di aver visto affacciarsi madame Millet, mi volto e uno sventolio di bandiere mi mostra la mole dell’ Auberge Ganne, ora Museo. Entriamo, visito in silenzio le stanze al piano terra, in cui fanno bella mostra tavoli, mobili, porte, tutte decorate dai pittori dell’ Ecole di Barbizon che in questo modo pagavano l’alloggio a Père Ganne, saliamo al piano superiore, ci accolgono delle stanze nel sottotetto piccole, spoglie, le pareti sono un incanto, bianco sporco, coperte fitte fitte di schizzi, abbozzi, disegni a carboncino o matita, caricature; un cartello ci informa che in queste stanze dormivano i pittori ospiti, e che per risparmiare i soldi della carta usavano come brogliaccio le pareti delle stanze.
 
Lo studio di Th. Rousseau non è visitabile, percorriamo un tratto della Grand Rue ed entriamo nel giardino della casa di Millet, un pittore che ha avuto una grande importanza nella formazione di Vincent Van Gogh, le stanze sono piccole, ingombre di mobili, soprammobili, tavolini, oggetti, alle pareti fotografie ingiallite, litografie, alcune stampe giapponesi, l’unica stanza grande è l’atelier, dominato da una grande finestra e accanto alla finestra un cavalletto, coperto da un telo polveroso;
qui sono state realizzate tutte le sue grandi opere, il seminatore, le pastorelle, i contadini, la vita nei campi, i paesaggi del bosco.
 
La mattina dopo lasciamo il Mulino di Connelles, antico mulino sulla Senna, restaurato, che ci ospiterà per tutto il soggiorno, la nostra meta è Rouen, il medievale capoluogo della Normandia che tante tele ha ispirato a Monet, in particolare la serie della facciata della cattedrale; il cielo nero promette pioggia, l’interno dell’imponente Notre-Dame è buio, solenne, le preziose vetrate luccicano illuminate dai lampi, nell’ombra la statua di Riccardo Cuor di Leone che custodisce il suo cuore, la leggiadra scala della libreria è vicina alla porta dei Librai, varcata tante volte da Jeanne d’Arc per andare al tribunale che l’avrebbe condannata al rogo; è tornato il sole e ci immergiamo nell’atmosfera medievale di questa città, la sequenza di case a graticcio dai vivacissimi colori ci conduce verso la porta del Gros Horloge, coloratissimo e imponente orologio decorato con i giorni e le fasi lunari, e poi nella Piazza del Vecchio Mercato. Qui ci accolgono le musiche e le danze di una rievocazione medievale, ma riescono a distrarci solo per poco, la piazza è dominata da un’altissima croce e da una lunghissima vela; la croce indica il luogo del rogo che nel 1431 uccise Giovanna d’Arco, il piede della croce è coperto di mazzi di fiori, tante dediche di giovani donne; la vela è la chiesa a lei dedicata, una chiesa dall’interno luminoso e suggestivo, illuminata dalla luce che filtra dalle ampie vetrate rinascimentali poste dietro l’altare.
 
Ci accompagnano ancora le nuvole mentre percorriamo l’autostrada verso ovest, verso l’atlantico, anzi il cielo si fa sempre più scuro, in mezzo alle nubi all’orizzonte si delinea un punto che si fa sempre più grande ed aguzzo: è Mont Saint Michel; arriviamo in un momento di bassa marea, accanto alla mole del monte si allungano le ondulate dune di sabbia del fondo marino. Attraversiamo una porta fortificata ed entriamo nel borgo, passiamo tre corti di guardia e imbocchiamo la stretta e sinuosa Grand Rue che seguendo l’itinerario dei pellegrini medievali sale a spirale fino all’Abbazia, purtroppo si vede che questa è una meta turistica molto frequentata, negozi di souvenir si susseguono a bar, ristoranti, crepérie, caffè, sbirciando ho visto vetri di murano, ceramiche umbre, deliziose statuette di pittrici (made in italy).
 
Il percorso di visita dell’Abbazia è dall’alto al basso: una ripida scalinata porta alla cima del monte, lì c’è la chiesa abbaziale affiancata dallo snello campanile con la dorara statua di San Michele, si entra nella chiesa e da lì inizia la visita vera e propria, la parte gotica del monastero, chiamata “La Meraviglia”. Ed è veramente una meraviglia quella che ci attende, un piccolo chiostro scandito da snelle colonne racchiude un verdissimo giardino, tre ampie vetrate aperte sulla baia permettono di spaziare sulle asciutte dune; il refettorio dei monaci, ampio spazio dalla luce stranissima, diffusa, sembra ci siano solo due finestroni al fondo, e poi procedendo ci si accorge delle alte e strette finestre tra le colonne; al piano inferiore la Sala degli Ospiti con due immensi camini; ancora più sotto lo scriptorium, regno dei monaci amanuensi, e ancora più in basso il livello più antico dell’abbazia, insieme di corridoi, cripte, cappelle, nicchie; si esce infine nel giardino basso che permette una vista delle strutture che sorreggono questa imponente costruzione. Un giro lungo il cammino di ronda sugli spalti completa la nostra visita, il sole abbagliante sulla candida sabbia delle dune del fondo marino mi ha tanto ricordato la fortezza di Dino Buzzati ne Il deserto dei Tartari.
 
E’ arrivato il giorno tanto atteso, oggi è il D-DAY, si parte! Devo però constatare che l’entusiasmo dei miei compagni di viaggio non è pari al mio… Arriviamo a Juno Beach, ci accoglie una distesa di sabbia, sporca, una casamatta diroccata, una stele con la croce di lorena; proseguiamo, troviamo i resti di una batteria tedesca, con bunker, telemetri, cannoni, nel mare si allungano i resti delle banchine mobili usate per costruire i porti provvisori… il poco entusiasmo dei miei compagni è svanito; devo rinunciare a proseguire la mia ricerca, pazienza, un giorno tornerò. Per fortuna siamo vicini a Bayeux che ci offre l’opportunità di vedere un pezzo interessantissimo, l’Arazzo di Bayeux, un telo di lino lungo 70 metri e largo 50 centimetri, realizzato nel 1077, su cui è ricamata con fili di lana in 58 quadri la conquista dell’Inghilterra da parte dei Normanni, straordinaria testimonianza non solo della storia ma anche della vita quotidiana del secolo undicesimo.
 
Alla stazione di Louviers prendiamo il treno che velocemente ci porta a Parigi, arriviamo alla stazione di Saint Nazare, proprio quella immortalata da Monet e che, a parte il fumo delle locomotive, è come lui l’ha immortalata; ripercorrere queste strade è come ritrovare vecchi amici, luoghi già familiari, l’Opera, Place Vendome, Place de la concorde, il Louvre, Notre Dame, Rue Lepic, Place du tertre, il Sacro cuore…
 
Dopo la grande città di ieri, oggi giornata dedicata alla Senna, seguiamo verso sud le anse del grande fiume, in un paesaggio che sfuma dolce in curve e insenature nella nebbia mattutina, vediamo le grandi chiuse, i porti, i battelli grandi e piccoli che ronzano e sbuffano come api indaffarate solcando le placide acque del fiume. Arriviamo a Giverny, è questa la nostra destinazione; dopo una lunga attesa, in coda, pazienti, sotto il sole come tante altre persone, entriamo in quella che è stata l’ultima e più famosa casa di Monet. Visitiamo prima l’abitazione, una casa grande a due piani, con molte stanze, tutte ben arredate, salotto, studio, camere da letto e una strabiliante, immensa cucina tutta blu; quindi i giardini, prima il giardino della casa, con i suoi vialetti diritti, i pergolati verdi, le magnifiche bordure di iris, tutti già noti perché visti tante volte nei suoi quadri, e poi, al di là della strada, si apre la meraviglia del giardino giapponese, stretti vialetti curvi immersi nel verde, pozze improvvise in cui galleggiano piante acquatiche, l’inaspettato aprirsi dello stagno delle ninfee con il verde arcuato ponticello, e il ricordare come il preciso tratto di verde su verde delle prime raffigurazioni si trasformi, prenda vita, diventi quasi un arcobaleno di luci e colori, quasi senza forma, nelle utlime opere dipinte dal maestro ormai cieco; e ancora le calme acque della Senna, solcate tante volte dal lento bateau atelier di Monet.
 
Queste forti sensazioni mi permettono di sopportare senza troppi danni la turistica escursione a Versailles, sempre bella, sempre faticosa da visitare; per fortuna ho avuto la ventura di constatare come tutto il mondo soffra degli stessi mali: nel giardino del Grand Trianon abbiamo trovato una coppia di novelli sposi tiranneggiata da un aguzzino in veste di fotografo cineoperatore, ricordo ancora lo sguardo smarrito, quasi terrorizzato della giovane sposa che per l’ennesima volta prendeva la rincorsa per rifugiarsi tra le braccia amorosamente aperte del consorte che l’attendeva in cima alla scalinata… e l’aria stanca con cui alla fine sono risaliti in carrozza per andarsene piano piano.
 
Visto che il D-DAY non è stato un successo, tiro fuori dal cassetto un conto rimasto aperto, e decidiamo di ritornare per la strada del sud, cosa che permetterà una sosta ad Avignone: già una volta ci eravamo proposti di visitare la città e il Palazzo del Papa, ma ci era stato impedito da una improvvida e violenta manifestazione di contadini francesi, che erano arrivati all’improvviso con rimorchi carichi di mele, le avevavo rovesciate sulle strade precludendo di fatto l’accesso alla città.
Questa volta niente blocchi, possiamo visitare l’austero e spoglio vaticano di Francia; al momento di congedarci Avignone si ricorda di essere la città del ben più allegro Festival e ci fà l’occhiolino con una serie di trompe l’oeil dal muro di un palazzo invitandoci a tornare… chissà!
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 Le opere che illustrano questo post sono di Boudin, Corot, Millet e Monet