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Odore di legna spaccata, l’aspro aroma del carpino nero, albero nodoso, cocciuto, che non lascia braci, quello di pane cotto del faggio accatastato a solivo, o la mandorla del ciliegio, disposto in tronchi da metro, con la faccia rivolta a ponente per stagionare meglio.
I legni, per diventare buoni, dovevano guardare il tramonto, “verso dove finisce la strada”, diceva mio nonno. Solo così risultavano migliori, meno tenaci, meno aggressivi. La consapevolezza della fine toglieva loro irruenza e resistenza.
Anche l’uomo se pensa al tramonto diventa migliore.
Questa regola valeva per legno da oggetti che non dovevano subire forti attriti o sforzi disumani. I pattini della slitta da legna, di quella da fieno o degli slittini da ghiaccio dovevano essere duri, cavati da faggi cattivi stagionati col muso a settentrione.
Il muso di una pianta significa la parte più grossa, il metro e mezzo basale.
Guardando il freddo nord, il legno s’induriva oltre misura, reagiva, metteva corazza d’acciaio. A completare la tempera d’osso ci voleva una mano di luna calante, dicembre e gennaio. Febbraio era già tardi, i legni sentivano forza di calore, sole che premeva contro la montagna per farsi vicino.
Allora rinunciavano a difendersi, si lasciavano andare, non era più tempo di stagionatura. Quello era l’attimo da sottrarli al sole e metterli nel buio delle soffitte fino al ritorno della luna di gennaio, per poi esporli di nuovo con le facce a settentrione o a ponente.
Almeno due anni, ci volevano, per tirare un legno come si deve. Due anni di pazienza e cure attente, come invecchiare un vino. Meglio ancora se gli anni erano tre.
Oggi non usa più, quei gesti sono passati, tra qualche tempo saranno remoti, forse lo sono già. Di tutto quello che fu vita, lavoro, tradizione, cultura, non vi è rimasta traccia.
Del mio vecchio paese resta soltanto un buon odore di pietra morta e muschio.
E basta.
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Mauro Corona, “I fantasmi di pietra”, Mondadori Ed.
"Legni", elaborazione da immagini di Farsergio
Leggendo un frizzante post di manginobrioches intitolato il paese sghembo è stato naturale l’accostamento con il bel libro di Mauro Corona (qui e qui) che sto leggendo e che è dedicato a Erto, un paese il cui nome è tristemente accostato alla diga del Vajont.
Ho voluto proporvi alcune righe, quasi l’incipit di questo libro.