Ho commesso un plagio!

Copio/incollo dal blog di colfavoredellenebbie

Allora… 

C’è una cosa in rete.

Si chiama  microcenturie.it

 E’ un invito alla scrittura e alla sua dispersione: racconti brevi e interstiziali, da scrivere, leggere e seminare nelle fessure del mondo, per re-inventare mondi.

E’ un progetto rivolto a tutti, nato un po’ per caso e un po’ per lettera, grazie al potere addizionale delle idee e delle parole. Quelle di Effe e Lucia. Anche le mie.

Con l’aggiunta della websapienza di Aquatarkus.

 Andate a vedere, se l’idea vi piace, aiutateci a farla camminare.

Intanto ecco il banner

Microcenturie

PENSIERO PROFONDO N° 8

malevich taglialegna 1913

Scordi il futuro

ti lascerai sfuggire

il tuo presente

 

“ […] Per il resto…  affrettiamoci a dimenticare tutto velocemente”

Non sottilizziamo sull’”affrettiamoci velocemente”, sarebbe meschino, concentriamoci piuttosto sull’idea: dimenticare tutto velocemente.

E’ al contrario, non bisogna affatto dimenticare. Non bisogna dimenticare i vecchi con i corpi putrefatti, i vecchi vicinissimi a quella morte a cui i giovani non vogliono pensare (e così affidano alla casa di riposo il compito di accompagnare i genitori alla morte per evitare scenate o seccature), la gioia inesistente di quelle ultime ore che bisognerebbe gustare fino in fondo, e che invece subisci rimuginando nella noia e nell’amarezza. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici muoiono, che tutti ti dimenticano e che la fine è solitudine. E neppure bisogna dimenticare che quei vecchi sono stati giovani, che il tempo di una vita è irrisorio, che un giorno hai vent’anni e il giorno dopo ottanta. Colombe [sorella maggiore di Paloma, dodicenne, che parla] crede che è possibile “affrettarsi a dimenticare” perché la prospettiva della vecchiaia per lei è ancora lontanissima, come se la cosa non la riguardasse. Io ho capito molto presto che la vita passa in un baleno guardando gli adulti attorno a me, sempre di fretta, stressati dalle scadenze, così avidi dell’oggi per non pensare al domani… In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.

Quindi non bisogna affatto dimenticare. Occorre vivere con la certezza che invecchieremo e che non sarà né bello né piacevole né allegro. E ripetersi che ciò che conta è adesso: costruire, ora, qualcosa, a ogni costo, con tutte le nostre forze. Avere sempre in testa la casa di riposo per superarsi continuamente e rendere ogni giorno imperituro. Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità.

Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.

 

Da Muriel Barbery, “L’eleganza del riccio”, trad. Emanuelle Caillat, edizioni e/o, 2007

Malevich,“Il taglialegna”,1913

POESIE GIOVANILI

karol

MΟΥΣΙΚΗ

– Przyłožyłem raz ucho ziemi:
tam się w głębi jakieś niosą grania,
lawą szarpią jej wnętrze – melodią
I do duszy wpadają rozdrganej
I w dal niosą się pogwarem echa -
- Cóž tak płacze po górach i huka?
- Cóž tak smęci po łąkach fujarki?
Ziemi wnętrz to muzyka -
echem niesie melodię,
wianem rozstrunionym
Oplata duszę człowieka –
Gra – Natura!
Jestem twoją częścią,
jestem w twoim natchnionym akordzie
duszą w duszy -
moje palce się kładną
na twoje struny rozgrane.
Ty mię owijasz i motasz wokoło,
jedwabiem tonów oskrzydlasz mi skronie,
duszy mej dajesz ciche zapomnienie,
rcucasz w mosięžną szalę kręgi marzeń -
wznosisz mą głowę w górę -
Bože!

Karol Wojtyła, 1938 (MΟΥΣΙΚΗ, vv 26-48)

 

MΟΥΣΙΚΗ

 – Una volta avvicinai l’orecchio alla terra:
là in fondo si spandono suoni,
che trascinano il suo interno con la lava – melodia
e cadono nell’anima vibrante
e si diffondono lontano con la risonanza dell’eco.
- Cosa piange in montagna e urla?
- Cosa immalinconisce gli zufoli sul prato?
E’ la musica dell’interno della terra -
con l’eco diffonde la melodia,
con il serto delle corde
avvolge l’anima dell’uomo -
Suona – Natura!
Sono una parte di te,
sto nel tuo accordo ispirato
anima nell’anima -
le mie dita si posano
Sulle tue corde sonanti.
Tu mi avvolgi, mi avviluppi
con la seta dei toni metti le ali alle mie tempie,
all’anima mia doni silenzioso oblio,
sulla bilancia di ottone getti cerchi di desideri -
sollevi la mia testa in alto –
Dio!

Trad. di Marta Burghardt, da “Karol Wojtyła, le poesie giovanili” Ed. Studium

“karol”, immagini elaborate da farsergio

 

FANTASMI DI PIETRA

legni

 

[…]
Odore di legna spaccata, l’aspro aroma del carpino nero, albero nodoso, cocciuto, che non lascia braci, quello di pane cotto del faggio accatastato a solivo, o la mandorla del ciliegio, disposto in tronchi da metro, con la faccia rivolta a ponente per stagionare meglio.
I legni, per diventare buoni, dovevano guardare il tramonto, “verso dove finisce la strada”, diceva mio nonno. Solo così risultavano migliori, meno tenaci, meno aggressivi. La consapevolezza della fine toglieva loro irruenza e resistenza.
Anche l’uomo se pensa al tramonto diventa migliore.
Questa regola valeva per legno da oggetti che non dovevano subire forti attriti o sforzi disumani. I pattini della slitta da legna, di quella da fieno o degli slittini da ghiaccio dovevano essere duri, cavati da faggi cattivi stagionati col muso a settentrione.
Il muso di una pianta significa la parte più grossa, il metro e mezzo basale.
Guardando il freddo nord, il legno s’induriva oltre misura, reagiva, metteva corazza d’acciaio. A completare la tempera d’osso ci voleva una mano di luna calante, dicembre e gennaio. Febbraio era già tardi, i legni sentivano forza di calore, sole che premeva contro la montagna per farsi vicino.
Allora rinunciavano a difendersi, si lasciavano andare, non era più tempo di stagionatura. Quello era l’attimo da sottrarli al sole e metterli nel buio delle soffitte fino al ritorno della luna di gennaio, per poi esporli di nuovo con le facce a settentrione o a ponente.
Almeno due anni, ci volevano, per tirare un legno come si deve. Due anni di pazienza e cure attente, come invecchiare un vino. Meglio ancora se gli anni erano tre.
Oggi non usa più, quei gesti sono passati, tra qualche tempo saranno remoti, forse lo sono già. Di tutto quello che fu vita, lavoro, tradizione, cultura, non vi è rimasta traccia.
Del mio vecchio paese resta soltanto un buon odore di pietra morta e muschio.
E basta.

[…] 

Mauro Corona, “I fantasmi di pietra”, Mondadori Ed.
"Legni", elaborazione da immagini di Farsergio

 

Leggendo un frizzante post di manginobrioches intitolato il paese sghembo è stato naturale l’accostamento con il bel libro di Mauro Corona (qui e qui) che sto leggendo e che è dedicato a Erto, un paese il cui nome è tristemente accostato alla diga del Vajont.

 

Ho voluto proporvi alcune righe, quasi l’incipit di questo libro.

RICORDO DI UN GRANDE

UN ATTORE

 

Negli ultimi anni della sua vita Totò era diventato quasi cieco, ma continuava a lavorare, e lo ha fatto fino alla morte.

Ecco un ricordo di Federico Fellini:

 
Totò solleva la testa guardando in alto verso il cielo, mi fa molte feste cercandomi con le mani, scambiamo qualche parola, e poi rimango lì in silenzio a guardarlo; era più fatato che mai, impalpabile, irraggiungibile. Sorrideva con quel sorriso inerme e disarmato che hanno i ciechi. Adesso vengono due della produzione a prenderlo uno da una parte e uno dall’altra, lo fanno camminare quasi sollevandolo, come se portassero un santo in processione, una reliquia (…) Nello studio tutto è pronto (…) Motore! Ciak! E solo a questo punto Totò si toglie gli occhiali ed è il miracolo. Il miracolo di Totò che improvvisamente ci vede, vede le cose, le persone, i segni di gesso che limitano i suoi percorsi, non due occhi ma cento che vedono tutto, perfettamente. E salta, piroetta, corre sgusciando via in un salotto pieno di mobili, robottino fantastico che tira piatti e risponde fulmineamente alle domande di Turco, di Donzelli, di Castellani, e la gente della troupe tutta intorno, gli elettricisti sui ponti si mordono le labbra per non ridere, si nascondono la faccia tra le mani. Stop. La scena è finita, si cambia inquadratura. Nel caos che segue ogni fine ciak Totò si rimette lentamente gli occhiali e tende le braccia in attesa che qualcuno venga a prenderlo, e lo portano via infatti, piano piano, facendogli fare attenzione ai cavi, alle pedanine, alla gente. E’ tornato quella creaturina incredibile che prendeva il sole poco fa in giardino, un essere incorporeo, un dolcissimo fantasma che ritorna nel buio, nell’oscurità, nella solitudine.       

da “TOTO’ SI NASCE, e io, modestamente, lo nacqui” di Antonio de Curtis, a cura di Marco Giusti, 2000

 

SAGGIO CONSIGLIO

Un’amica, con la mia stessa passione dei libri e in più la voglia di frugare nelle bancherelle ai mercatini, mi ha fatto dono di un delizioso libro, un’edizione scolastica del 1932 delle Memorie di Carlo Goldoni, tradotta e curata da Dino Provenzal.

 Prendere in mano quel libro è stato un tornare immediato agli anni del Ginnasio, toccare quelle pagine dal formato irregolare, con i bordi tagliati dal tagliacarte, o dal coltello da cucina, incombenza faticosa e polverosa di ogni inizio anno scolastico per rendere i libri “tonsi”, è stato aprire una finestra sul passato.

 Ho riletto con piacere quelle pagine di Goldoni ormai dimenticate; voglio riportarvi un brano, riferito alla sua vita a Parigi, che mi sembra quanto mai attuale:

 

A volte càpita a me, come a tutti, di aver la testa occupata da qualcosa che mi può ritardare il sonno: in quei casi ho un rimedio sicuro per addormentarmi. Eccolo: io avevo da lungo tempo pensato di fare un vocabolario del dialetto veneziano e ne avevo già data notizia al pubblico che l’aspetta ancora. Mi ero accorto che, lavorando a quell’opera noiosa e antipatica, mi addormentavo. La piantai in asso e trassi profitto dalla sua efficacia narcotica. Ogni volta che sento l’animo agitato per qualche causa morale, prendo a caso una parola della mia lingua materna, la traduco in toscano e francese, passo in rassegna allo stesso modo le parole che seguono in ordine alfabetico: sono certo d’essere addormentato alla terza o alla quarta traduzione.

Il mio sonnifero non ha sbagliato mai.

Del resto non è difficile dimostrare la causa e l’effetto di questo fenomeno. Un’idea imbarazzante ha bisogno d’essere sostituita da un’altra opposta o indifferente. Appena calmata l’agitazione dello spirito, i sensi ritornano tranquilli e il sonno li assopisce.