Famiglia

RICORDI…

Ci sono momenti in cui il ricordo si impone alla tua attenzione in maniera così vivida che non puoi ignorarlo… devi farlo tuo, assaporarlo, viverlo… E credo questo succeda  quando sono più forti le emozioni, quando gli accadimenti ti portano naturalmente a riflettere, quando ciò che avviene supera la tua capacità di sopportazione.

Sto parlando di una cosa molto semplice, che avviene quotidianamente, anzi ogni secondo avviene una, cento, mille volte, ma… tocca gli altri, non si pensa possa toccare te, sto parlando della perdita di una persona cara.

Quando succede senti una lacerazione, uno strappo attraverso cui si riversa in te, in pochi momenti tutto quello che è stato, che ha rappresentato, le cose dette, le cose fatte e in particolare le cose non dette, le cose non fatte, i rimpianti, le occasioni perdute.

Poi per fortuna prendono il sopravvento le cose belle, i momenti felici, hai la possibilità di rivedere e rivivere momenti lontani, momenti prossimi… e poi il ricordo del ricordo, momenti di vita che non hai vissuto perchè ancora non c'eri ma che sono tuoi nel ricordo della narrazione…

Ed è per questo che nell'album di questo blog ho voluto porre foto della mia famiglia, ricordi di ricordi, momenti precedenti alla mia nascita ma che ho vissuto nelle parole di chi li ha vissuti, il nonno che non ho mai conosciuto, i genitori che da anni ci hanno lasciato, mio fratello Lorenzo…

E il tempo, sommo rimedio, tutto lenisce e scolora.

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(post del 2005, le foto sono nuove, i sentimenti gli stessi)

FANTASMI DI PIETRA

legni

 

[…]
Odore di legna spaccata, l’aspro aroma del carpino nero, albero nodoso, cocciuto, che non lascia braci, quello di pane cotto del faggio accatastato a solivo, o la mandorla del ciliegio, disposto in tronchi da metro, con la faccia rivolta a ponente per stagionare meglio.
I legni, per diventare buoni, dovevano guardare il tramonto, “verso dove finisce la strada”, diceva mio nonno. Solo così risultavano migliori, meno tenaci, meno aggressivi. La consapevolezza della fine toglieva loro irruenza e resistenza.
Anche l’uomo se pensa al tramonto diventa migliore.
Questa regola valeva per legno da oggetti che non dovevano subire forti attriti o sforzi disumani. I pattini della slitta da legna, di quella da fieno o degli slittini da ghiaccio dovevano essere duri, cavati da faggi cattivi stagionati col muso a settentrione.
Il muso di una pianta significa la parte più grossa, il metro e mezzo basale.
Guardando il freddo nord, il legno s’induriva oltre misura, reagiva, metteva corazza d’acciaio. A completare la tempera d’osso ci voleva una mano di luna calante, dicembre e gennaio. Febbraio era già tardi, i legni sentivano forza di calore, sole che premeva contro la montagna per farsi vicino.
Allora rinunciavano a difendersi, si lasciavano andare, non era più tempo di stagionatura. Quello era l’attimo da sottrarli al sole e metterli nel buio delle soffitte fino al ritorno della luna di gennaio, per poi esporli di nuovo con le facce a settentrione o a ponente.
Almeno due anni, ci volevano, per tirare un legno come si deve. Due anni di pazienza e cure attente, come invecchiare un vino. Meglio ancora se gli anni erano tre.
Oggi non usa più, quei gesti sono passati, tra qualche tempo saranno remoti, forse lo sono già. Di tutto quello che fu vita, lavoro, tradizione, cultura, non vi è rimasta traccia.
Del mio vecchio paese resta soltanto un buon odore di pietra morta e muschio.
E basta.

[…] 

Mauro Corona, “I fantasmi di pietra”, Mondadori Ed.
"Legni", elaborazione da immagini di Farsergio

 

Leggendo un frizzante post di manginobrioches intitolato il paese sghembo è stato naturale l’accostamento con il bel libro di Mauro Corona (qui e qui) che sto leggendo e che è dedicato a Erto, un paese il cui nome è tristemente accostato alla diga del Vajont.

 

Ho voluto proporvi alcune righe, quasi l’incipit di questo libro.

DIVAGAZIONI

Pensieri in libertà,   parole a ruota libera…

 

L’alba è nebbiosa grigia quasi invernale, poi a poco a poco il sole la dissolve e si tramuta in afa umida greve pesante, che rende lenti e difficili i movimenti, gelatina vischiosa che rallenta i pensieri e il tempo.

Percorrendo le strade arginali si vedono le distese dei campi ancora colmi di rigidi steli di frumento non ancora trebbiato, poi all’improvviso una scura nube di polvere si fa avanti e si apre facendo intravedere un mostro enorme sbuffante rumoroso che mastica indifferente le piante, ogni tanto fa una sosta e si avvicina a una carretta (così sono chiamati qui i rimorchi dei trattori a sponde alte) e da una lunga proboscide cade una pioggia dorata di chicchi; e sono solo due le persone presenti, mute, al lavoro: il trebbiatore e il contadino.

E la mente torna indietro negli anni quando ancora bambino la trebbiatura (ma del grano) era festa e lavoro di tanti. Dei trebbiatori che in lunghe file tagliavano gli steli, avanzando all’unisono fino a raggiungere il limitare del campo dove un filare di alberi alti e ombrosi era pretesto per un attimo di sosta e riposo, per una allegra battuta, per un’occhiata, per un sorriso. Di chi legava le spighe tagliate e le portava sull’aia (sul “seleze”) dove troneggiava la rossa mole imponente della trebbia, legata con la lunga cinghia di cuoio alla grande ruota dello sbuffante Landini che forniva la forza necessaria. Di chi sollevava il grano fino alla bocca della trebbia, che poi distribuiva equanime polvere paglia grano fatica.

Altri tempi, certo, rimpianti, certo.  

…DI CORSA…

No, non ho prolungato le mie vacanze.

Come avevo detto sono tornato lunedì 25.

Ma questi sono giorni di fuoco
(non solo in senso atmosferico),
siamo a -3 dalla prima,
il tempo ti sfugge come sabbia tra le mani,
le cose da fare sono mille,
ti sembra di camminare sulla lava ardente…

Quindi a risentirci con calma più avanti,
per farmi perdonare vi lascio una delle (poche) foto delle mie vacanze.

A presto!

RADICI

radiciOggi, 11 giugno, è il compleanno di mia madre, o meglio lo sarebbe se fosse ancora con noi.

 Clara, di Lorenzo, impiegato, e di Malvina, nata l’11/06/1904, recitano scarni i registri dell’epoca.

E se devo dire il vero, non sono molte di più le cose che io so sulla loro famiglia; io, il piccolo di casa, nato nell’immediato dopoguerra, con i fratelli già liceali, papà e mamma già maturi, non ho avuto la curiosità di chiedere, e negli anni della mia maturità mia mamma, già chiusa e taciturna di carattere, non voleva parlare della sua gioventù e della sua famiglia, e chi aveva condiviso con lei quegli anni non c’era più; o meglio, era rimasta una sua carissima amica, quasi una sorella, di qualche anno più anziana, che si era fatta suora, si vedevano una volta all’anno, poi l’età e la lontanaza le ha definitivamente separate.

 Eppure quando passo davanti alle loro foto spesso sento l’impulso di cercare, di approfondire, di sapere, in fondo di conoscere meglio questi nonni e questa giovinetta di cui non so nulla, specie quando sento mia moglie parlare dei suoi nonni, di cui sa tutto e che ha anche conosciuto.

 Io di loro so solo: Lorenzo, impiegato, e Malvina.

 Entrambi morti giovani, lasciando cinque figli: Mario, Renzo, Guido, Sante e Clara, la più piccola; Mario, ufficiale dei mitraglieri, muore in combattimento nel 1918, è sepolto nel sacrario di Redipuglia, Renzo, ora capofamiglia, prende le redini della casa, occupa il posto del defunto padre nella locale banca,  anche Guido lavorerà in banca, Clara andrà in un collegio di suore dove frequenterà le elementari, le medie e il ginnasio, poi il liceo classico a Faenza.

 Si iscrive a Bologna alla facoltà di Chimica, in quegli anni conosce un giovane socialista, studente di medicina, e nonostante l’opposizione iniziale delle famiglie il loro rapporto continua, e dopo la laurea quasi immediato il matrimonio; è il 1929, sono anni difficili per la crisi che percorre tutto il mondo; mio padre accetta un incarico di medico condotto che lo porterà in uno sperduto paese del delta ferrarese, tra paludi, nebbie e zanzare,(tra l’altro è stato uno dei pionieri della lotta alla malaria, e mio fratello conservava ancora dei vetrini per microscopio da lui realizzati studiando appunto il plasmodio della malaria) spostandosi con cavallo, carri trainati da buoi, barche.

 Clara si ritrova con suo marito in questo luogo isolato, senza poter mettere a frutto i suoi studi, solo moglie e presto madre, in rapida successione nascono i miei fratelli, Maria Dora e Lorenzo; si avvicina la seconda guerra mondiale, papà è richiamato e mandato, come medico, in un ospedale militare; la famiglia lo segue in quella città e lì resteranno fino al settembre 1943, quando torneranno alle rive del Po.

 Al termine della guerra mia madre decide di riprendere il suo lavoro di farmacista e si spostano sulla riva veneta del grande fiume, e lì sono nato io; però non finiscono le traversie della famiglia materna: Guido, gravemente malato, muore durante un’operazione chirurgica; Sante, il fratello giovane quasi suo coetaneo, parte per l’Australia, da dove tornerà solo trent’anni dopo.

 Ma qui termino, il resto è storia che conosco per esperienza diretta; ecco, queste sono le mie radici, almeno per quanto mi è stato raccontato; non è escluso che un giorno o l’altro io vada a verificare e a conoscere la loro realtà.

 Ovunque tu sia, buon compleanno, mamma.

FIOCCO AZZURRO

SI COMINCIA

.

E’ cominciato il conto alla rovescia, ormai ci siamo, ancora qualche settimana e poi finalmente l’attesa finirà e sarà compiuto quanto maturato in questo lungo anno: il nuovo lavoro che stiamo preparando è ormai pronto e si avvicina il momento della prima.

 

Avete capito bene, per una compagnia amatoriale come la nostra un anno di lavoro è un tempo normale per l’allestimento di una nuova produzione, anzi non è infrequente che, ammesso che lo spettacolo veda la luce, ci voglia un tempo maggiore, e non ho contato il tempo che ci vuole al regista (in questo caso io) per la preparazione  pre-produzione.

 

Saliamo sulla nostra macchina del tempo e portiamoci a diciotto mesi fa, più o meno.

 

Si è deciso di allestire un nuovo spettacolo, nei mesi precedenti ho letto, studiato, valutato un buon numero di copioni, sia del repertorio classico che di autori moderni, genere brillante ma anche un attimo più serio; un altro criterio di valutazione che devo tenere presente è l’adattabilità agli attori su cui posso contare: in primo luogo il numero degli uomini e delle donne (ma questo non è un criterio vincolante, in tanti casi un personaggio cambia facilmente sesso, servi che diventano servette, e viceversa, e così via) poi l’età degli stessi e infine (ahimè) la capacità dell’attore a interpretare il carattere richiesto.

 

Questo lavoro di scrematura mi ha portato a selezionare due copioni: uno contemporaneo, in italiano, brillante e comico, che richiede una partecipazione corale della compagnia visto l’alto numero di personaggi ed uno classico, in lingua veneta, di un genere un po’ crepuscolare, con una allegria venata di tristezza, di inizio novecento, con solo quattro personaggi.

 

E’ nostra abitudine che i copioni  vengano poi proposti alla compagnia che deve scegliere il lavoro da allestire; evidentemente ho fatto un buon lavoro perché vengono scelti entrambi, quattro attori si concentreranno sul lavoro in veneto, tutti gli altri sul lavoro in italiano.

 

Forse non è stata una scelta felice perché dopo mesi di lavoro il copione in italiano è finito nel cassetto (vedi post precedente) e proprio in questi giorni abbiamo cominciato a lavorare su un nuovo testo; fruttuosa è stata però la scelta dell’altro copione.

 

Ma di questo vi parlerò un’altra volta.

 

(Continua)

RICORDI

PARAFRASI

 

 

Il commento di farolit alle poesie di Trilussa ha fatto scattare una serie di interruttori nei miei circuiti della memoria e mi sono ritrovato a qualche decennio fa sui banchi (ahimè ancora di legno e scomodi) della mia prima liceo (classico, una scuola strana in cui la quarta e la quinta vengono prima della prima, scusate il bisticcio di parole) ad ascoltare la voce del mio insegnante di lettere (italiano/latino) egregio dantista e cultore della poesia del trecento (“il mio amato Guido Guinizzelli”) che aveva l’abitudine di leggere, anzi il più delle volte declamare, i versi della lezione del giorno e poi all’improvviso interrompersi e…

“… farsergio (o rossi, bianchi, verdi), lei, sì proprio lei, mi faccia la traduzione, anzi la parafrasi di questi versi, ci illumini con la sua bravura…”

 

Allora, anche se è passato qualche anno, voglio cimentarmi in una parafrasi, a modo mio, non di Trilussa, i suoi versi sono così comprensibili che sarebbe a mio avviso superflua una traduzione, ma di un grande napoletano, attore a autore teatrale (ahi, ecco che torna sempre fuori il mio pallino per il teatro, che ci volete fare, ognuno ha le sue fisse) Eduardo De Filippo, di cui ho riportato una poesia, intitolata “ ‘O pparlà nfaccia” nel blog “Al cavallino bianco”; ed è di questa poesia che faccio la parafrasi, immaginando Eduardo al balcone, impegnato in una conversazione con il professore suo dirimpettaio (ricordate “questi fantasmi” e la tazzina di caffè?), che dice così:

 

“ Questo è il mio pregio: di parlare chiaro e dire pane al pane e vino al vino. Anche se dovessi inimicarmi il Padreterno, se mi trovo con “Lui” faccia a faccia, in faccia gli dico quello che devo dire.

Si sfoglia il finocchio? Che si apra pure, che metta a nudo ciò che racchiude!

Qua, per tenere nascosti questi altarini, si sono annodate le lingue, e non si sa chi ti fa del bene e chi ti fa del male.

Se non si mette il dito nella piaga e si pulisce raschiando a fondo finchè non scorre il sangue rosso e vivo, come quello che versò Gesù Nostro Signore, la piaga puzza!

E si sente un fetore che ammorba l’aria, la terra, il mare.

Noi vogliamo l’aria fresca e pura, celeste e profumata, e quel vento che volando a pelo d’acqua e  sfiorando il mare si impadronisce del suo odore e lo porta attraverso le finestre, dentro le stanze fino alle terrazze delle nostre case. “

SFRISI E FRUSTOLI

Il cassetto dei sogni è sempre lì, pronto ad aprirsi per farne uscire progetti, aspirazioni, aspettative; ogni tanto prendiamo in mano uno di questi sogni, lo guardiamo, lo valutiamo, lo accarezziamo, talvolta decidiamo di dargli vita, di farlo diventare realtà o rimpianto.

 

Anche una compagnia teatrale ha il suo cassetto dei sogni, contiene tutti gli spettacoli che si vorrebbero realizzare, le serate da fare, le attrezzature da utilizzare, i copioni…

 

Alcuni lustri fa, dopo la messa in scena di un lavoro di Goldoni che impegnava gran parte dei  membri della compagnia, considerato che due attori “veterani” non erano presenti nello spettacolo e che due “nuovi” chiedevano di entrare in compagnia, con l’incoscienza dell’inesperienza, che ti porta a osare cose che oggi non ti sogneresti mai, decisi di allestire con i miei quattro attori uno spettacolo “modulare”.

 

Presi tre brevi atti unici, li adattai in modo che avessero un minimo di filo logico e chiamai pomposamente il copione risultante “TRITTICO, ieri, oggi, domani”, riservandomi la possibilità, ove fosse richiesto, di proporre oltre che allo spettacolo completo anche i singoli atti come lavori compiuti… , quattro spettacoli al prezzo di uno!

 

In ordine gli atti erano: “Il professore di pianoforte” di Feydeau, “La morte bussa” di Woody Allen e “Il Paradiso” di Gianni Sparapan; la compagnia accolse con favore questa mia proposta (del resto è privilegio del regista imporre, in certa misura, le sue scelte), cominciammo l’allestimento dello spettacolo.

 

Il lavoro si concentrò sui primi due lavori, più impegnativi dal punto di vista teatrale.

 

Il testo di Feydeau è una farsa, ambientata nella Parigi primo novecento, che vede protagonisti una giovane di buona famiglia che attende il nuovo insegnante di pianoforte, il suo maggiordomo, un giovanotto che cerca la casa di una celebre cocotte; è facile capire che il giovanotto sarà scambiato per il professore di pianoforte, e lui darà una strampalata e animata “lezione” credendo di dover sottostare ai capricci di una esigente maliarda.

 

Woody Allen immagina una morte pasticciona, che va di notte nella casa di un industriale, lo sveglia e scopre di aver sbagliato persona, si impegnano quindi in una comica partita a carte che inesorabilmente la morte perde, deve quindi lasciare la sua vittima e, uscendo maldestramente ruzzola per le scale rompendosi una gamba.

 

Dopo mesi di lavoro e di prove, forse per mancanza di una vera motivazione o distratti da altri impegni, abbiamo abbandonato il progetto, i copioni sono ritornati nel cassetto, quello vero, non quello dei sogni, e ogni tanto tornano fuori, a ricordare che sono ancora lì, pronti a prendere vita, se lo vogliamo; come del resto è successo al terzo atto, “Il paradiso” di Sparapan, che abbiamo inserito in uno spettacolo di letture dedicato a questo autore, storico e poeta, locale.

 

Altri lavori hanno conosciuto lo stesso destino, ma questa è un’altra storia.